“Remote – Office not required”: di un libro e uno stile di vita

Lavoro sul web dal 2010 e sin quasi da subito ho adottato il lavoro da remoto. Ciò non toglie che io abbia avuto diverse esperienze di lavoro in ufficio. L’ultima è stata full time. A ripensarci, ho odiato praticamente qualsiasi cosa, ogni minuto della mia permanenza tra quelle quattro mura: odiavo essere interrotta, odiavo avere la scrivania messa in modo che chiunque, passando, potesse arrivarmi alle spalle (parliamo chiaro prima che vi facciate idee strane: io lavoro anche sui social media, quindi il mio problema non è certo che il capo mi trovi su Facebook, ma sono una perfezionista e l’idea che qualcuno possa “spiare” le mie bozze prima che vengano corrette mi turba moltissimo), gli orari prestabiliti per le pause, la mancanza di concentrazione per via del caos intorno…e le riunioni del lunedì mattina.

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Non dimentichiamo gli orari da rispettare inesorabilmente giorno dopo giorno, che per me sono sempre stati un’aberrazione: perché devo arrivare entro una certa ora anche se poi posso diventare operativa solo dopo magari due ore, ed andarmene prima di aver finito il mio lavoro o tre ore dopo averlo concluso? E se mi viene un’idea la domenica, devo rimandare al lunedì mattina, dunque? Uno dei luoghi nei quali mi è capitato di lavorare mi piaceva così poco che lo avevo soprannominato “Mordor”: si trattava di una zona industriale completamente priva di luoghi di svago, in un ufficio senza finestre, fatto di cemento, non distante da casa ma comunque difficile da raggiungere per chi, come me, non si muove in auto. Mi deprimeva così tanto che spesso preferivo mangiare alla scrivania durante la pausa pranzo.

one-does-not-simply-walk-into-mordor_1394963912Insomma, se ci sono persone che, in cambio di una paga media, non ci pensano due volte ad ingoiare una routine del genere per il resto della propria vita, io proprio non ce l’ho fatta. La soluzione ideale è stata uscire dall’ufficio per riuscire a fare il mio lavoro e viverlo meglio. Sono stata fortunata perché ho potuto farlo, e non tornerei indietro per nulla al mondo.

Il libro del quale parlerò oggi, “Remote – Office not required”, dice anche questo: una volta che lavori da remoto, i vantaggi sono talmente tanti che non vuoi più tornare indietro.

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A dircelo ed a snocciolare i pro (ed anche i contro, che in realtà non mancano) del lavoro svolto fuori dall’ufficio sono nientemeno che Jason Fried e David Heinemeier Hansson, fondatori dell’agenzia 37signals, ora chiamata Basecamp, come il famosissimo progetto da essa sviluppato. Agenzia che, prima di crescere e diventare importante come è oggi, ha iniziato da un piccolo ufficio e collaborazioni a distanza (addirittura tra diversi continenti!). Nessuno meglio di loro può dunque perorare la causa di chi, come me, all’ufficio si ribella.

Il libro, che ho letteralmente divorato in una giornata, è un’analisi dello stato attuale del lavoro a distanza e tocca un bel po’ di argomenti utili per chi di questo metodo ha fatto il proprio stile di vita, enumerandone i pro, parlando dell’enorme scoglio dell’accettazione da parte delle aziende che non lo vedono di buon occhio, sino ad arrivare ai consigli a lavoratori e datori di lavoro che si approcciano a questo mondo.

Cosa troverete, nello specifico, in “Remote – Office not required”?

Il libro è composto di sette capitoli principali, divisi a loro volta in molti sotto-capitoli accompagnati dalle ironiche vignette di Mike Rohde: questo rende la lettura molto veloce e leggera, tanto che chiudendolo si stenta a credere di aver letto 183 pagine.

Il primo capitolo, “The time is right for remote work”, snocciola le motivazioni per cui lavorare da remoto è vantaggioso, ed il secondo, “Dealing with excuses”, risponde a tutte le obiezioni che di solito vengono usate dalle aziende per dire no a questo metodo. Seguono due capitoli che spiegano come impostare una collaborazione a distanza e quali siano i fattori ai quali fare attenzione perché facilmente si tramutano in criticità (dalla solitudine al mantenere uno stile di vita sano, dall’arredo del proprio spazio al rischio di lavorare 24 ore su 24, 7 giorni su 7). Nei due capitoli “Hiring and keeping the best” e “Managing remote workers” si trovano diversi punti su come scegliere ed assumere collaboratori che magari vivono dall’altra parte del mondo, e come organizzare e gestire un team del genere. Il libro si conclude con il capitolo “Life as a remote worker”, che ho trovato molto interessante e utile perché contiene tanti consigli rivolti direttamente al lavoratore a distanza, come me. E, posso dire per esperienza diretta, si tratta di ottime risorse e considerazioni, magari già in uso nella vita di chi lavora fuori dall’ufficio da tempo, utilissimi per coloro che vorrebbero iniziare. Il libro si conclude con una carrellata di strumenti dei quali non si può fare a meno per far funzionare una collaborazione a distanza.

Come mi sono sentita mentre lo leggevo? Non mento quando dico: rincuorata. Soprattutto sulle varie problematiche che ho incontrato a mia volta e che di tanto in tanto mi hanno fatta sentire come l’unica pazza che blaterava di una specie di paradiso lavorativo: dalla poca fiducia data dalle aziende (la grande domanda: ma se non ti fidi di me, perché lavoriamo insieme?), al problema della solitudine, delle interruzioni da parte dei familiari, del rischio di lavorare troppo e diventare burn out. D’altro canto so benissimo come si sente Jeremy, collaboratore che ha vissuto in ben sette luoghi diversi mentre lavorava con l’agenzia di Fried: a mia volta in questi anni ho avuto la fortuna di lavorare da ben tre diverse case nella mia città, Genova, e poi da Milano, Savona, Roma, da un appartamento nel centro di Belfast, da diverse case ed alberghi di Derry/Londonderry, dal salone con vista sull’Oceano Atlantico del Downhill Hostel, addirittura dall’internet point del Festival Balla Coi Cinghiali di Bardineto…e la lista potrebbe continuare a lungo 😉

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Tipico pranzo “in ufficio” 😉

Ogni volta che qualcuno mi dice “te la spassi” o che sento un’azienda mettere in dubbio le ore lavorative di un professionista solo perché non è chiuso in un ufficio, racconto un aneddoto accaduto proprio qualche mese fa:

all’inizio del 2014 ero in Irlanda del Nord ed ho organizzato un viaggio di tre giorni con il mio compagno per visitare il bellissimo Downhill Demesne a Castlerock, dove si trova il celebre Tempio di Mussenden (ve ne parlerò presto); durante il nostro piccolo break abbiamo pernottato in un luogo semplicemente meraviglioso, ovvero il Downhill Hostel (non lasciatevi trarre in inganno dal fatto che sia un ostello!). Non so quanti “che se la spassano” alle 9 del mattino (che in Irlanda del Nord sono le 8) sarebbero stati svegli nel salone dell’ostello sull’Oceano Atlantico per dare il buongiorno su Skype all’azienda per la quale lavorano a Milano, che proprio quel giorno riapriva l’ufficio dopo le vacanze natalizie 😉

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Probabilmente, comunque, avete ragione: sì, me la spasso. Ma è perché amo il mio lavoro ed amo la libertà che mi dà. Volete migliorare la vostra situazione lavorativa anche voi? Provate a sognare il lavoro che vi piace, dove e quando lo vorreste, e poi iniziate a fare un passetto alla volta verso la meta. E, se in questo sogno una buona parte si svolge fuori dalle mura dell’ufficio, leggete “Remote – Office not required” 😉

Acquistalo su Amazon a questo link (così mi aiuti a coprire le spese del blog ed a comprare altri libri 🙂 ). Grazie ♡

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