Ferie da freelance: non vacanze, ma avventure andando da nessuna parte

Lo chiamano stress e non è certo una novità nella vita di un freelance. Specialmente nel periodo estivo, che per noi significa sapere di non andare in vacanza (e per favore, toglietevi dalla testa l’equazione estero=vacanza, che per me non vale) ma allo stesso tempo dover fare i conti con il clima festivo di tutto ciò che ho intorno, che comprende rallentamenti, progetti che non partono, contatti rimandati più e più volte. Poi le tasse, salate e – quelle sì – sempre puntualissime. La stanchezza, però, quella è universale, e rende i nostri giorni un continuo rincorrersi di “adesso faccio, scrivo, concludo” mentre si gira a vuoto.

Ho sorpassato il mio ventesimo giorno a Belfast e vorrei parlarvi dei miei pomeriggi, delle mie notti in questa città bellissima e particolare, ma non ho la forza. Vorrei descrivere la mia esperienza ma sembra io sia più fiacca di coloro che ogni giorno stanno lavorando a 35° in Italia. Fisso fogli bianchi di Word, sorrido leggendo gli articoli di altri e penso che sì, dovrei scrivere anche io, anzi adesso lo faccio e finisco il lavoro subito! Poi continuo a fissare il vuoto e il tempo passa. Dormo male la notte, digrigno i denti perché sono nervosa, sogno di migliorare le mie competenze con corsi che non posso permettermi. Insomma, diciamolo: sono stanca. E, ancora peggio, non posso e non voglio riposare, perché se io riposo non guadagno, e se non guadagno come lo copro quel buco nelle mie finanze lasciato dalle terribili tasse della partita iva?

Ebbene, ecco che nel mezzo di tutto questo, due giorni fa decido di fermarmi un attimo – ‘ché tanto lo so che non concludo molto quando mi sento così – e penso che mi farebbe bene leggere qualcosa. Ho lì da tempo un libro che vorrei approfondire: si intitola “The art of stillness – Adventures in going nowhere“, scritto da Pico Iyer, giornalista e instancabile viaggiatore. Non ho idea se fosse edito anche prima, ma so che TED lo ha promosso sulle pagine del suo blog tra i TED Books. Si dà il caso che TED sia la boccata d’aria fresca, il “non ti preoccupare, ci sono cose belle, persone intelligenti – soprattutto persone – al mondo”, il “non sei l’unica che si sente così e la soluzione c’è” che ogni tanto mi concedo. Insomma, mi fido; anche se sono in un momento nel quale dovrei andare da qualche parte a far cose e mi consiglia un libro che vuole portarmi “nowhere”, da nessuna parte.

theartofstillness_picoiyerIntanto due cose che mi sono piaciute immediatamente:

– il libro è brevissimo, solo 64 pagine di parole, ma anche spazi bianchi e qualche fotografia di paesaggi: l’autore dice che è stato scritto proprio così, per essere letto da chiunque e in qualsiasi momento, anche durante il tragitto sul treno dal lavoro a casa. Ci ho messo non più di due ore a completarlo e in questo modo, effettivamente, mi sono sentita meno in colpa verso il lavoro che avrei dovuto svolgere.

– la storia inizia parlando del viaggio di Iyer per raggiungere Leonard Cohen, che è uno dei miei artisti preferiti al mondo. Non me l’aspettavo. Poi mi sono venute in mente tutte le storie che ho sentito riguardo i ritiri spirituali di Mr. Cohen, quelli che avevo pensato fossero esagerati (“Ma sì, vabbè, sarà andato qualche volta in campagna”) ed ho capito.

Quindi il libro inizia con il racconto dell’incontro con Leonard Cohen, al tempo in ritiro in un monastero, e la spiegazione da parte di quest’ultimo del perché si trovi lì. Già, perché? Perché qualcuno che sembra poter avere tutto ciò che si può desiderare nella vita decide di vivere in isolamento e silenzio, lontano da quel mondo che lo osanna? Cohen risponde che la quiete e l’isolamento sono la cosa più vicina alla felicità duratura che abbia trovato, perché è un sentimento che non cambia anche momento in cui la vita decide di sfidarci nuovamente. E definisce tutto questo la più lussuosa e sontuosa risposta che abbia trovato al vuoto della sua esperienza. Eh già, niente male.

L’autore continua poi parlando della sua personale esperienza, quando ha lasciato una vita a New York che sarebbe stata facilmente il sogno di chiunque, per ritirarsi ad un’esistenza completamente diversa in Giappone. E qui arriva la frase che ha scosso qualcosa in me: Iyer parla di come, dopo il suo trasferimento e cambiamento di vita, il padre non riuscisse a capire la sua scelta, perché “the point of life is to get somewhere in the world, not to go nowhere” (il punto della vita è arrivare da qualche parte nel mondo, non di andare da nessuna parte). Esattamente la pressione che sento in questo periodo, nel quale so di aver bisogno di fermarmi ma non posso/voglio; è proprio il continuare a camminare “perché il punto della vita è arrivare da qualche parte del mondo” che, paradossalmente, mi impedisce di fare le cose che dovrei con tranquillità. Quindi la soluzione al mio problema sarebbe andare nowhere, da nessuna parte? Iyer dà la risposta: coloro che scrivono sono obbligati per professione a passare del tempo andando da nessuna parte. Esattamente: immaginare, riflettere, scrivere sono tutte attività che richiedono tempo, pausa, silenzio e senza le quali non posso svolgere il mio lavoro. Lo stress di dare sempre di più, arrivare sempre più in alto, oltre, mi hanno fatto dimenticare quanto importante per me sia sedermi a una scrivania, liberare la mente e proteggerla dalle molte, troppe informazioni esterne, e, semplicemente, scrivere.

L’autore nel libro affronta anche la paura maggiore che proviamo di fronte alla calma: se non faccio questo milione e mezzo di cose oggi, domani me ne ritroverò tre milioni da sbrigare. In realtà, Iyer spiega come non sia esattamente così: il tempo passato a riposare serve a lavorare meglio e quindi più velocemente, ma soprattutto ad essere felici.

Insomma, “The art of stillness – Adventures in going nowhere” è un piccolo manuale che ci aiuta a riflettere sull’importanza e, come dice Cohen, il lusso di rimanere immobili e scegliere di non andare da nessuna parte in un mondo nel quale tutto va sempre più veloce e sembra non lasciarci il tempo di concludere quel che dobbiamo fare e, finalmente, vivere. Sia Iyer che Cohen hanno scelto di passare periodicamente del tempo in ritiro all’interno di monasteri nel mezzo del nulla. Piacerebbe anche a me, ma al momento non posso proprio; ciò nonostante, da due giorni a questa parte, ho iniziato a soffocare l’ansia che immancabilmente inizia ad attanagliarmi appena mi ritrovo, volente o no, ferma: cerco di usare quel tempo per liberare la mente e riposare. Sta funzionando? E’ ancora presto per dirlo, ma di certo mi sta aiutando a combattere i blocchi, lo stress e le ansie di questi giorni.

Ultima cosa. Se pensate che acquistando questo libro vi troverete di fronte le classiche parole da guru, magari infarcite di consigli spirituali, vi sbagliate: Pico Iyer più volte in queste pagine sottolinea come non sia affiliato ad alcuna religione o corrente spirituale e non abbia mai sistematicamente utilizzato la meditazione in vita sua. Quindi, cosa da me particolarmente apprezzata, non c’è alcun invito, chiaro o subdolo che sia, a seguire spiritualità illuminate o correnti religiose.

Potete acquistare il libro in lingua italiana su Amazon a questo link L’arte della quiete: Come viaggiare stando fermi (Saggi stranieri) o quella in lingua originale a questo The Art of Stillness: Adventures in Going Nowhere (TED Books) (English Edition) (così mi aiutate a coprire le spese del blog ed a comprare altri libri 🙂 ). Grazie!

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