Il TED Talk di Jason Fried sul lavoro da remoto

Alla domanda "dove vorresti lavorare?" sono pochi quelli che rispondono "in ufficio". Fried analizza le possibili ragioni di questa avversione e ne trova una sostanziale, enorme: le distrazioni.

Sul fatto che io sia una sostenitrice del lavoro da remoto direi che non vi siano dubbi: ormai dai più di 5 anni ho costruito una professione che mi permette di lavorare da casa o dai luoghi più disparati, che siano uno spazio di co-working, i divanetti di un cafè o i sedili di un aereo o di un treno. Non solo: ultimamente ho anche tenuto qualche lezione per un progetto europeo proprio a riguardo, perché mi piace pensare di poter aiutare altre persone, che siano esse già inserite in una situazione di ufficio e vogliano uscirne o che debbano ancora iniziare, a far “il grande salto” e liberarsi finalmente di lunghi tragitti per raggiungere il luogo di lavoro, iper controllo e orari inutilmente rigidi.

Certo, per me adesso è semplice parlarne: grazie a connessioni e tecnologie sempre più potenti e presenti, giorno dopo giorno la consapevolezza dell’inutilità della costrizione all’ufficio si fa sempre più spazio. Si trattava invece di un’idea ancora piuttosto innovativa nel 2010, quando Jason Fried, fondatore di Basecamp, ha tenuto questo TED Talk che vi invito a guardare e ascoltare attentamente:

Di lui ne avevo già parlato tempo fa e se mi avete seguita lo conoscerete di sicuro: è uno dei due autori di quella che reputo la bibbia del lavoro da remoto (sia per i lavoratori che per i dirigenti), “Remote – Office Not Required“.

E come nel suo libro, che consiglio a tutti di leggere perché pieno di spunti e consigli per chi voglia cambiare le proprie modalità lavorative, anche in questo intervento parla di alcune abitudini nocive delle quali non riusciamo, per paura o per pigrizia, a liberarci.

Una di queste fa davvero riflettere: le compagnie acquistano costosi uffici e li arredano, ma spesso i lavoratori non amano abitarli. Alla domanda “dove vorresti lavorare?” sono pochi quelli che rispondono “in ufficio”. Fried analizza le possibili ragioni di questa avversione e ne trova una sostanziale, enorme: le distrazioni.

Se avete mai lavorato in un ufficio sapete benissimo di cosa stiamo parlando: siamo concentrati, nel mezzo di un lavoro impegnativo e…qualcuno viene alla nostra scrivania per chiedere qualcosa o ci chiama al telefono dalla stanza accanto. Era necessario fare ciò, proprio in quel momento? Nella stragrande maggioranza dei casi la risposta è no. Intanto, però, la nostra concentrazione è stata spezzata e, come nel caso del sonno quando qualcuno ci sveglia, dobbiamo ricominciare il processo daccapo, perdendo ulteriore tempo. Come sottolinea Fried: se non chiami “dormire bene” il sonno continuamente interrotto, come puoi farlo con il lavoro?

Così le persone non vanno in ufficio per lavorare, ma per avere quelli che Fried chiama “work moments”: momenti di lavoro tra un’interruzione e l’altra.

E a fine giornata? Spesso non si può affermare di aver avuto una vera e propria giornata di lavoro significativo, ma solo una serie di task portate a termine nella miriade di “work moments” spezzettati.

Non si può chiedere di essere creativi in 15 minuti o ragionare realmente riguardo a qualcosa. Si potrebbe avere un’idea frettolosa, ma per pensare profondamente ad un problema e considerarlo attentamente c’è bisogno di lunghi periodi di tempo senza interruzioni.

Il co-fondatore di Basecamp alla fine del suo intervento offre anche qualche consiglio su come riuscire a rendere più work-friendly l’ambiente in ufficio partendo da qualche piccolo cambiamento. Dopotutto non è così che iniziano le rivoluzioni? 😉

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