Disegni e parole: il mio taccuino al Festival della Comunicazione 2016

Una piccola novità: contrariamente all’anno scorso, durante questa edizione non ho scattato molte foto, ma ho fatto sì che fossero penna e colori a conservare le memorie.

Il Festival della Comunicazione di Camogli è una di quelle manifestazioni che aspetto con impazienza. I motivi sono molteplici: poter ascoltare dal vivo alcune delle menti più brillanti nel campo della comunicazione e della cultura, passare due giorni con la mia collega Erika (a proposito, sapete che ha aperto un blog, vero? Andatevelo a leggere!) e fare tutto ciò nella bellissima cornice che è Camogli, gioiello della riviera ligure di Levante, sono solo alcuni. Se poi contiamo che ne vengo da 3 mesi all’estero, senza focaccia, vicoli e Mar Ligure, la mia felicità è ancor più comprensibile.

Quest’anno, a differenza dello scorso, ho assistito a meno incontri: il caldo che si è abbattuto sull’Italia purtroppo ha avuto la meglio; con una temperatura media attorno ai 30°, a volte si faceva fatica anche solo a camminare per le viuzze camogliesi. Ciò nonostante, pochi ma buoni: gli interventi che ho seguito sono stati come sempre di un certo livello, e mi hanno lasciata arricchita e affascinata.

Una piccola novità: contrariamente all’anno scorso, durante questa edizione non ho scattato molte foto (anche perché ho la macchina fotografica rotta, quindi c’è poco da fare), ma ho fatto sì che fossero penna e colori a conservare le memorie; qui di seguito le pagine del taccuino che ho portato con me, sulle quali ho impresso volti e appunti.

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Matteo Bordone ha tenuto un interessante intervento intitolato “E smettila con quel libro!” nel quale ha parlato degli stereotipi della società quando si tratta di libri e videogiochi: perché riteniamo cosa buona e giusta leggere un libro ma percepiamo come negativo il tempo passato videogiocando? Sono entrambe attività compiute in isolamento, eppure…
Essendo io sia un’accanita lettrice che (mediamente) una videogiocatrice, ed essendo felicemente impegnata con un videogiocatore incallito, ho trovato questo incontro molto divertente e brillante.

 

 


bradburnelL’intervento di James Bradburne è probabilmente quello che mi è piaciuto di più di tutto il Festival: a parte la possibilità di trovarsi di fronte a un personaggio di tale statura culturale, che già di per sé è rara e preziosa, quel che rimane è l’eco nella testa di parole e pensieri che hanno una forza immensa. Bradburne ha parlato dell’evoluzione che è (o dovrebbe essere) in atto per musei e biblioteche, soprattutto riguardo un tema scottante come la digitalizzazione e la perdita del supporto fisico di volumi e opere d’arte. Non a caso il suo intervento si intitolava “Tua figlia erediterà il tuo tablet?“: cosa accadrà in futuro, quando la biblioteca che lasceremo in eredità sarà totalmente virtuale?

Una citazione legata a questo discorso, ma nella quale c’è tanta altra attualità:

Siamo tutti migranti, ma non nello spazio, nel tempo.

Cosa vogliamo portare con noi? Cosa vogliamo lasciare all’uomo del futuro? Dobbiamo deciderlo.


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Segue l’intervento di Alessandro Rimassa, nientemeno che il creatore di TAG Innovation School, la scuola del famoso marchio di co-working italianissimo di origine, europeo per vocazione e sedi. Rimassa ci ricorda che ormai

E’ necessario essere digitalmente rilevanti per entrare in contatto con la gente.

 


deluchilAltro importante ospite del Festival della Comunicazione di quest’anno è stato Enrico Deluchi, intervistato da Roberto Cotroneo nella magnifica cornice dell’Hotel Cenobio dei Dogi: il managing director di Canon Italia ci ha regalato un intervento pro internet; in un momento a tratti buio come quello attuale, nel quale la rete è spesso ambivalente, sentivo il bisogno di ascoltare parole di speranza.

Abbiamo questa concezione negativa della rete e dobbiamo combatterla.
Possiamo farlo con la qualità, e qui entra in gioco la fotografia, l’immagine.

Tra foto e illustazioni, gran parte della mia comunicazione è visiva, quindi non posso che trovarmi d’accordo.

(N.B.: Un milione di kudos a Canon per l’utilizzo dei social da parte di tutto lo staff, davvero attivissimo e interessato all’ascolto di ciò che accadeva sulla rete. Non ho fatto in tempo a postare l’immagine di rito, che già era stata retwittata! 😀 )


L’ultimo intervento del quale parlo è quello che mi ha fatta:

1. saltare sulla sedia quando l’ho letto sul programma 2016;
2. correre in giro per Belfast per cercare una copia in lingua originale del libro;
3. svegliare la Domenica mattina alle 6.00

E cioè: l’incontro con Jay McInerney in Piazza Ido Battistone.

Volevo assolutamente farmi autografare una copia di “Bright lights, big city” in lingua originale, e il mondo intero sembrava remare contro: dalla difficoltà di trovarne una copia in tutta Belfast (per fortuna alla Waterstones un generoso commesso mi ha aiutata a cercarlo, dato che nel negozio ce n’era una copia ma chissà chi lo aveva spostato!) allo sciopero dei regionali scampato all’ultimo minuto, ai treni comunque mancanti per raggiungere Camogli al mattino.

Ma io, che se mi metto una cosa in testa sono inarrestabile, ce l’ho fatta comunque: sono arrivata a Camogli con l’unico treno utile e ho aspettato le 11.00 per ascoltare di persona McInerney. Durante l’intervento si è parlato molto di politica e riflettuto sull’era nella quale viviamo, che lo scrittore ha definito “post fattuale“: riferendosi alle bugie di Trump, ha posto l’accento sul fatto su come, pur essendo smascherate e messe in luce di fronte a tutti, le masse continuino a crederci. Non importano più i fatti, le verità, e questo è triste e pericoloso. (Senza scomodare Trump, direi che anche in Italia conosciamo bene l’andazzo).

Dopo l’intervista, sono riuscita a inserirmi nella ressa per gli autografi e…missione compiuta! 😀

Questi dei quali vi ho appena parlato sono gli interventi che ho seguito; purtroppo mancano le illustrazioni di quello di McInerney per via della mancanza di spazio: si soffocava davvero ed era difficile vedere qualcosa.

Nel mio taccuino, tuttavia, i protagonisti non si sono limitati ai personaggi famolsi. Ciò che mi ha ispirata è stata come sempre la gente: il pubblico del Festival, ma anche la massa di turisti dalla quale, che fosse al bar, su una panchina all’ombra, nella focacceria, non si aveva tregua. E allora perché non disegnarli? 😉

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