Villa Durazzo Pallavicini: un percorso tra teatro, meraviglia ed esoterismo

Il percorso ideato dal Canzio sugli 8 ettari di collina sui quali il parco si estende è un racconto teatrale diviso in tre atti, ma allo stesso tempo un viaggio iniziatico con simbolismi esoterici e filosofici.

Ne avevo già parlato ben tre volte qui sul blog senza averle mai dedicato un articolo degno di questo nome: è così che capita a volte quando ami talmente qualcosa da non sapere come presentarla al meglio. Ma in questo caso si tratta di una storia a lieto fine; l’attesa, figlia di quel non sentirsi mai pronti a parlare di un luogo immenso come Villa Durazzo Pallavicini a Pegli, è stata ripagata con un’incredibile novità: la riapertura di parte del parco in ristrutturazione da tanto, tantissimo tempo.

Ma procediamo con ordine.

Villa Durazzo Pallavicini

La Villa di cui vi parlerò oggi è un luogo magico, al quale sono legata sin da bambina. Situata proprio accanto alla stazione di Genova Pegli, non svela la propria bellezza al primo sguardo: inerpicata alla fine di un viale, nascosta oramai tra i palazzi e le barriere dell’autostrada, è come un giardino segreto al quale hanno accesso solo coloro che non si fermano a ciò che la Genova superficiale offre.

Salendo quel viale si arriva alla Villa e al suo parco: l’edificio è da anni la sede dell’importantissimo Museo Archeologico di Pegli (lo sapevate che dentro vi è conservata la famosa sepoltura del Giovane Principe?), mentre il parco…il parco è una meraviglia per la mente e tutti i sensi!

Villa Durazzo Pallavicini è una dimora storica e risale nella sua prima veste al Settecento, mentre quella attuale e visitabile è stata allestita dal 1840 in poi su progetto dell’architetto Michele Canzio per volontà di Ignazio Alessandro Pallavicini. La Villa ha stile neoclassico rielaborato poi secondo lo stile romantico e il suo parco è uno dei più importanti giardini romantici ottocenteschi in Europa.

Il restauro e la riapertura

Nel 1928 Matilde Giustiniani, vedova di Giacomo Filippo Durazzo Pallavicini, ultimo discendente della famiglia nobiliare, donò la villa e il parco al Comune di Genova con una clausola ben precisa: l’edificio avrebbe dovuto essere destinato a uso culturale e il parco aperto al pubblico. Ecco perché dal 1936 la villa è sede del Museo di Archeologia Ligure e il giardino è uno dei parchi della città di Genova. Tuttavia, a causa dei lavori per la sottostante autostrada, dagli anni ’60 agli ’80 il parco rimase chiuso. Una volta riaperto, fu vittima di orribili atti di vandalismo che portarono alla nuova chiusura per restauri di tutta la parte superiore del suo percorso interno.

Grazie ai restauri messi in atto dallo studio Ghigino, che ha portato a termine un lavoro di ricerca e ristrutturazione inestimabile, finalmente il parco è stato riaperto nella sua completezza in una data carica di significati, proprio come il meraviglioso giardino: il 23 settembre 2016, esattamente 170 anni dopo l’inaugurazione originale.

E’ in questa occasione che ho avuto il piacere di visitare il parco restaurato e riportato all’originale splendore con una guida d’eccezione: il Direttore del Parco, l’Architetto Silvana Ghigino.

Il percorso

Il percorso all’interno del parco inizia subito oltre l’edificio del Museo di Archeologia di Pegli: già appena superato il cancelletto posto a lato del piazzale di fronte alla villa, che a mò di passaggio segreto ci introduce in un paesaggio completamente diverso, fatto di alberi e ombra, si capisce che stiamo entrando in un posto magico.

E sicuramente il progetto del parco molto ha a che fare con il magico e lo spirituale: il percorso ideato dal Canzio su ben 8 ettari di collina sui quali il giardino si estende è un racconto teatrale diviso in tre atti, ma allo stesso tempo un viaggio iniziatico con simbolismi esoterici e filosofici. I tre atti del percorso sono a loro volta divisi in quattro scene l’uno, proprio come all’interno di un’opera teatrale.

Per questo il giardino di Villa Durazzo Pallavicini è un luogo tanto particolare e toccante: il percorso non è una semplice passeggiata, ma un’esperienza a tutto tondo, carica di emozioni, significati e rivelazioni.

Prologo e antefatto

Come ogni opera teatrale che si rispetti, si inizia da prologo e antefatto. Questi due momenti sono rappresentati architettonicamente dal Viale Gotico, che incontriamo appena entrati nel parco, e nel più scenografico ed emblematico Viale Classico.

Quest’ultimo ha al suo inizio il “coffee house“, un piccolo edifico in stile neoclassico decorato con statue e affreschi al piano superiore e attraversato da un arco al piano inferiore, che dà il benvenuto all’esperienza del giardino:

Superata la coffee house, ci si trova nel vivo del Viale Classico; una particolarità qui è l’illusione ottica messa in atto dal Canzio: grazie a uno studio delle distanze e al posizionamento di una fontana a due terzi del percorso, quando si guarda il viale dal primo edificio, esso sembra molto più lungo di quello che è in realtà.

Il Viale Classico finisce in un arco di trionfo con fregi raffiguranti il mito di Pan e Siringa. Qui si conclude l’antefatto e, appena varcato l’arco, si lascia l’ambiente cittadino e si viene catapultati nella natura: l’architettura neoclassica dell’arco si tramuta in quella rustica di un casolare di campagna.

1° Atto: Il ritorno alla natura

Dal casolare, chiamato “Il Romitaggio“, si inizia a salire grazie a un sentiero interno alla natura più selvatica. Dopo poco si giunge a uno dei luoghi più scenografici del parco: tra Marzo e Aprile, ogni anno questo è il luogo nel quale fiorisce una delle collezioni di camelie più antiche ed estese d’Italia. Visitando il parco in quel periodo, si ha la possibilità di sperimentare la meraviglia di camminare in un viale reso vivo dai colori di questi magnifici fiori che ricoprono lo spazio a noi sovrastante e i cui petali formano una passerella sotto i nostri piedi.

Davvero, se vi capita di passare da Genova durante questi mesi, non dimenticate di andare ad ammirare lo spettacolo unico del “Viale delle Camelie” in fiore: riempie il cuore. Le foto qui pubblicate risalgono a una mia precedente visita al parco.

La seconda scena del primo atto si svolge all’estremità del Viale delle Camelie, nel “Parco dei Divertimenti“. Questa scena è una di quelle che sono state riaperte al pubblico solo con l’ultimo restauro. Il “Parco dei Divertimenti” altro non è che un piazzale con due enormi giostre di metallo. Viste con i nostri occhi, abituati a Luna Park e parchi divertimento ben più complessi, potrebbero sembrare banali, ma per il periodo in cui sono state create erano davvero un’attrazione incredibile.

Queste giostre erano attivate manualmente. La seconda, quella composta da seggiolini, funzionava grazie ad alcuni ingranaggi sotterranei: se guardate bene l’ultima foto, vedrete in lontananza un buco nella delimitazione del piazzale; quello permetteva di comunicare perfettamente tra piazzale e stanzino sotterraneo, così che si potessero avvertire i servitori sul momento giusto in cui dare il via o fermare la giostra.

Dopo il Parco Divertimenti, il nostro atto teatrale continua grazie al “Lago Vecchio” e alla “Sorgente“:

Qui troviamo l’acqua come assoluta protagonista nei suoi due aspetti opposti: quella selvaggia, torbida e oscura nel Lago Vecchio, l’acqua limpida della rinascita e della vita nella Sorgente.

2° Atto: Il recupero della storia

Dopo esserci persi e ritrovati nella natura, è il momento di affrontare la storia e il suo succedersi: essendo un parco romantico, non poteva che trattarsi di una storia a sfondo cavalleresco. Tutta la parte superiore della collina segue questo tema.

Lasciando la Sorgente e continuando a salire per un bosco di pini marittimi, il cambio di atto è anticipato da un cambio di paesaggio: per prima cosa i vecchi casolari dei contadini in lontananza si tramutano in tanti castelli di principati rivali.

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Riuscite a vedere il casolare camuffato da castello sulla collina di fronte? Questa è stata una delle cose che mi hanno maggiormente colpita: non solo il parco fa parte del percorso del Canzio, ma addirittura ciò che vi è intorno ne entra a far parte e ne è trasformato in quanto paesaggio. Sono dettagli, semplici particolari forse, ma credo che siano una delle chiavi che rendono grandiosa quest’opera.

Se da un lato le colline e le costruzioni contadine entrano a far parte del percorso teatrale della villa, dall’altra c’è il paesaggio mozzafiato, talmente bello da non dover essere ritoccato. Salendo sulla collina, infatti, si ha accesso a scorci del genere:

E’ tra uno scorcio e l’altro che incappiamo nel secondo atto, scena dopo scena: la Cappelletta di Maria e la Capanna Svizzera (ancora in restauro).

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Continuando a salire, senza esserci ancora ripresi dalla bellezza dei paesaggi intorno, ecco che veniamo stupiti nuovamente: di fronte a noi, sulla sommità dell’altura, si para un vero e proprio Castello con tanto di fossato. Il ponte è abbassato: siamo forse attesi?

Noi no, ma un tempo chi arrivava al Castello era atteso di sicuro. A provarlo la tavola imbandita all’interno delle poche ma caratteristiche stanze dell’edificio, illuminate dal sole che entra attraverso i vetri colorati, creando un’atmosfera calda, accogliente, degna di una fiaba.

Il Castello è stata una delle scene maggiormente colpite dagli atti di vandalismo, quindi a oggi, quando vi si arriva, si trovano le stanze praticamente vuote, gli arredi distrutti o rubati. Rimane solo la cucina, tipica del tempo in cui il parco è stato costruito (ne avevamo visto una molto simile a Villa Doria, ricordate?).

Ma, come ogni castello romantico che si rispetti, anche quello di Villa Pallavicini contiene un meraviglioso tesoro: lontano da occhi indiscreti e vandalismi, dietro una porta di metallo chiusa a chiave, si trova una scalinata verso il piano superiore.

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L’Architetto Ghigino la apre e lascia che io vada per prima. Subito non capisco come mai: non conosco l’edificio, le scale sono in penombra, illuminate solo dai raggi di sole schermati dai vetri colorati, non sono certa di quando io debba fermarmi. Poi capisco: dopo essere salita per qualche minuto, mi trovo di fronte uno spettacolo che toglie il fiato.

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Se quel che ci troviamo di fronte sarebbe incredibile già di per sè, arrivando dalla penombra delle scale risulta ancora più emozionante, perché i nostri occhi vengono praticamente aggrediti dall’arcobaleno di colori vivaci che, complice nel mio caso anche una meravigliosa giornata di sole, si sprigionano dalle vetrate al piano superiore: una sala riccamente decorata, dai mosaici sul pavimento agli stucchi e affreschi su muri e soffitto, aperta sul cielo intorno grazie a grandi finestre a ogiva composte da fantasie di vetro multicolore.

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E la meraviglia di questa sala non finisce qui: le vetrate, ognuna con un colore principale diverso, non sono poste a caso. Si tratta di un ingegnosissimo orologio naturale: il sole, durante il suo percorso nel cielo, passa attraverso i vetri emettendo fasci di luce colorata; il fascio che passa attraverso il centro della stanza mostra l’ora, e per ogni momento del giorno vi è un colore. Per esempio la mia visita si è tenuta nel primo pomeriggio e potete osservare nelle foto come il sole attraversasse la vetrata arancio, che rappresenta, appunto, le ore a cavallo del mezzogiorno.
Nella galleria qui sotto potete osservare anche la finestra azzurra, che è quella della notte.

Dato che il parco, e in particolare questa parte, sembra essere stato studiato per non ammettere pausa allo stupore, la visita al Castello riserva ancora una bellissima sorpresa: tramite un passaggio esterno alla sala è possibile salire ancora di un piano e arrivare sul tetto dell’edificio.

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Da qui si gode di un paesaggio mozzafiato e l’Architetto Ghigino mi fa notare una cosa: per noi questo è uno spettacolo bellissimo, ma non quanto poteva esserlo per chi non aveva aerei o grattacieli e poteva sperimentare una vista del genere molto raramente, se non mai.

Discesi dal Castello, con il cuore ancora pieno di meraviglia, continuiamo il nostro giro; la scena successiva è il “Mausoleo del Capitano“, dove la storia del secondo atto ideato da Canzio si conclude con la morte gloriosa e romantica.

3° Atto: La catarsi

Una volta lasciato l’ambiente mondano per quello campestre, in tutte le sue sfumature dal dolce all’orrido al selvaggio, e poi vissuta la storia, conclusasi con una morte degna, è il momento della catarsi. La prima scena non può che essere quella delle Grotte: il passaggio tra aldilà e rinascita, la galleria che dall’oscurità ci riporta alla luce. Le Grotte, veri e propri tunnel artificiali creati all’interno della collina, sono ancora in restauro.

E’ oltre le Grotte, quando si torna a vedere la luce, che ci si può riempire nuovamente gli occhi di meraviglia: il peggio è passato, ora è il momento di accedere al Paradiso, ricreato dal Canzio nel magnifico ambiente del “Lago Grande“, nel tempo divenuto simbolo dell’intera villa.

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Qui sono presenti diversi ambienti caratteristici, tutti parte della grandiosa scenografia  che si affaccia sul verde lago al centro del parco, nel quale nuotano pacifici grossi pesci, tartarughe e cigni:

  • il famoso Tempio di Diana al centro del lago:
  • ponte e pagoda in stile orientale, con l’altalena sull’acqua:
  • l’obelisco egizio:

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  • il tempio turco:

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Dopo essere passati per il Paradiso, si accede alla quiete eterna: è il Giardino di Flora, delizioso angolo dedicato all’otium tra fiori e piante. La statua di Flora spicca nel mezzo di un giardino e viene incorniciata dalla vista offerta oltre il casino ottagonale decorato con stucchi e vetri colorati:

All’interno della piccola costruzione c’è un assaggio di eternità: è nelle innumerevoli immagini sdoppiate che uno specchio rimanda all’altro, infinite volte.

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E’ qui che si è concluso il mio percorso del parco, in modo non completamente aderente al progetto originale del Canzio che prevedeva, dopo il Giardino di Flora, “La Rimembranza” e i “giochi d’Acqua”; in particolare quest’ultima scena è di difficile restauro, ma chissà, forse un giorno potremo comunque vederla con i nostri occhi.

In questo articolo, probabilmente il più lungo io abbia scritto su questo blog, ho voluto condividere con voi la meravigliosa visita che ho avuto la fortuna di sperimentare. Tuttavia vi avverto: non è abbastanza. Io vi ho raccontato il percorso, alcune curiosità, vi ho mostrato delle immagini ma, come anticipato all’inizio, un luogo come Villa Pallavicini è difficile da rendere: questo parco è un’esperienza, composta non solo dalla storia, ma dal suono dell’acqua che sgorga e scorre, dai profumi della natura e del territorio ligure, qui sicuramente celebrato, dai colori dei fiori e delle farfalle che hanno reso di nuovo questa collina la loro dimora. Dovete visitarla voi stessi per assaporare tutte le emozioni che ne fanno parte e celebrare la fortuna di poter godere di un luogo così magico di nuovo in tutto il suo splendore.

Per concludere: qualche tempo fa ho assistito al grandissimo intervento di James Bradburne al Festival della Comunicazione, e un concetto mi ha colpita in particolare: siamo tutti migranti, ma nel tempo, non nello spazio. Ecco: partendo da questo, il restauro e la nuova veste di Villa Pallavicini mi sembrano ancora più importanti: perché se siamo migranti nel tempo, questo è il genere di testimonianza dell’umanità che sono felice di poter lasciare a chiunque verrà dopo.


Informazioni:

Ingresso: 10/5 euro
Ingresso Villa + Museo Archeologico (consigliato vivamente): 12 euro
Visita Guidata (anche questa consigliatissima perché vi dà accesso al secondo piano del castello): 18 euro

Orari di Apertura:
Dal 2 Novembre al 31 Marzo
tutti i fine settimana dalle 10 alle 17, ultimo ingresso ore 15, escluso Natale e Capodanno
Garantito l’ingresso in settimana per i gruppi prenotati
Dal 1° Aprile al 30 Settembre
da martedì a domenica, dalle 9:30 alle 19, ultimo ingresso ore 17, giorno di chiusura lunedì, salvo ponti o festività
Dal 1° Ottobre al 1° Novembre
da martedì a domenica dalle 9:30 alle 18, ultimo ingresso ore 16

Maggiori info sul sito ufficiale di Villa Durazzo Pallavicini

Ringrazio di cuore l’Architetto Silvana Ghigino, Direttore del Parco, che non solo ha speso parte del suo prezioso tempo per guidarmi all’interno del meraviglioso lavoro di restauro che è stato compiuto, ma in primis mi ha regalato un’esperienza che rimarrà indelebile nella mia memoria.

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